sulla narrazione della crisi

novembre 12, 2009

La crisi non sembra suscitare una reazione politica adeguata. E’ vero che sono emerse forme radicali di lotta e di resistenza tra i lavoratori colpiti dalla crisi, grosso modo sono rimaste chiuse all’interno dei luoghi di lavoro, al più hanno assunto manifestazioni spettacolari, ma non vi sono rintracciabili piattaforme che tematizzino il livello della crisi capitalistica, perltro niente affatto risolta, malgrado le reiterate dichiarazioni dei vertici finanziari internazionali, non fosse altro perché gli apparati responsabili della crisi sembrano essere rimasti intatti, a meno di guerre intestine rimaste ignote ai più. In altre parole, le lotte di occupati e precari (ma entrambi ‘pregano’ per un posto di lavoro) non pare abbiano affrontato il senso intimo di questa delicatissima congiuntura. Spesso si è assistito alla spettacolarizzazione dell’antagonismo ovvero alla miseria dello scontro (uso la parola miseria alla maniera debordiana), laddove questo risulta privo di un pensiero strategico di opposizione e resistenza. Il caso della Innse ha aperto delle speranze circa il modo di condurre una lotta. Tuttavia occorre riflettere sul fatto che lì è stato sempre presente il vertice della fiom e, ciononostante, non è stata per nulla cancellata l’ambiguità di una modalità resistenziale rispondente a una logica produttivistica. Nella stragrande maggioranza dei casi, i lavoratori sono apparsi acefali, privi di una reale capacità di orientare le lotte.  Il punto è che non sembra interessante affrontare questa crisi con una logica produttivistica, per quanto radicale possa essere e per quanto consapevoli si possa essere del disegno capitalistico di smantellamento delle aree industriali a vantaggio di centri commerciali e zone residenziali.

Bisognerebbe introdurre la questione della critica del lavoro, soprattutto in questa congiuntura. E qui si pone già subito il problema di quale parola sia necessaria a dire questa crisi, quale narrazione possa esprimerla. questipiccoli ha cercato di affrontare la questione con l’ultimo numero dedicato a Amerika di Kafka. Rimando alla lettura del quaderno per rendersi conto di che cosa voglia intendere quando parlo di narrazione della crisi. Non credo che questa crisi, specialmente questa, dove elementi fortemente immateriali sono ormai immessi in un quadro di instabilità dei fattori costitutivi del capitale, possa ancora essere raccontata, cioè detta, parlata, espressa secondo quello che nel suddetto quaderno viene definito schema dickensiano, che Kafka decostruisce. Eppure sembra che questo sia tuttora lo schema cui si ricorre.

Penso che a smascherare i piani delinquenziali di lobby, cosche e centri di potere possa essere sufficiente un intelligence delle forze dell’ordine minimamente attrezzato a darne conto, posta l’esistenza di apparati dello stato sinceramente interessati al buon funzionamento dello stesso. Penso, per es., che, invece di blindare uno scrittore come Saviano, allo stato costerebbe meno finanziare una ‘scuola di scrittura’ capace di lanciare scrittori in grado di formare l’opinione pubblica in maniera assai più efficace dei giornalisti, probabilmente molto più efficaci nella lotta alla riduzione di poteri occulti dell’attività repressiva di magistrati e forze dell’ordine. Ma la narrazione che si pone come obiettivo la critica dello stato di cose presenti può solo uscire da questo schema irrigidito, di stampo eminentemente conservatore. c.p.

La scheda di “Una lettura di America” di Clio Pizzingrilli

Nel nome del padre

ottobre 22, 2009

Un automobilista percorreva la A14 fra Grottammare e Pedaso, in direzione di Ancona. La carreggiata era ristretta ad una sola corsia a causa di lavori lungo la banchina dello spartitraffico e l’automobilista andava ormai raccogliendo nella fiala della propria anima il profumo di un silenzio tenace, a un tempo arrendevole, certo dovuto all’urgenza di compiere un proposito che meditava da tempo. Un operaio agitava una bandiera rossa. Nel passargli accanto, l’automobilista stupì della condiscendenza con cui quegli mostrava di svolgere un compito che, con ogni evidenza, rivestiva assai poco interesse, sia per lui, sia per gli automobilisti, già informati con largo anticipo del rallentamento che si sarebbe verificato. Da parte sua, l’operaio avrebbe anche desistito dall’incarico, addirittura avrebbe rinunciato a trovarsi lì, a respirare gas di scarico e polveri tossiche, infatti ormai provava vergogna della propria posizione – si chiamava Mohammed, sposato, con una figlia, Fatima, di anni cinque. Siccome poteva tornare a casa solo ogni sei mesi, la piccola Fatima non capiva ancora mai che fosse suo padre, infatti lo chiama zio – niente al mondo potrebbe procurargli un dolore più grande. D’altro canto, l’automobilista non avrebbe mai immaginato che quell’operaio portasse lo stesso nome di suo padre, che si era chiamato Emidio, parola che radicalmente indica lo stato in luogo, il sostegno certo, la dimora sicura per sé e per altri. Chiuso nella sua santissima laura, o cella penitenziale, l’automobilista faceva del proprio meglio per apparire virtuoso, anche indaffarato, l’operaio, al contrario, sembrava come colto in déshabillé, discinto ovvero snudato dalla circolazione del capitale e suoi esecutori. Mohammed era stato assunto in una ditta che appalta lavori nelle autostrade, generalmente gallerie e viadotti, nella sua squadra sono tutti italiani, tranne lui, e tutti meridionali. Il più anziano di loro una volta ha detto che il suo paese detiene il record delle vedove. “Sai perché?” dice “Perché gli uomini lavorano tutti a scavare gallerie nelle autostrade, arrivati a quarant’anni per lo più muoiono” sorride, poi aggiunge “Le mogli però possono dormire tranquille per il resto della vita, grazie alla pensione dei mariti” poi si fa serio, aggiunge “Di fatti anch’io” che doveva aver superato i cinquanta, “che non sono ancora morto” e sembravano stargli maggiormente a cuore gli effetti di questa sua morte, piuttosto che le tecniche per differirla, “potendo scegliere, preferirei morire prima della pensione”. Risuona, in queste parole, l’esito di una poesia particolarmente amata da Kafka (citata in una lettera a Milena), che egli conobbe da una raccolta di liriche cinesi, “Ho passato la vita a difendermi dal desiderio di porvi fine”. Se, come dice un midrash, l’unione coniugale è il modo adeguato di pubblicarsi nella collettività, nonché di attendere fruttuosamente allo studio della Thora, una morte tempestiva, ricompensa per colui che dalla propria vita ha tratto un reddito vantaggioso per sé e per altri, giunge a coronamento di un matrimonio riuscito. Gli italiani tornano a casa una volta ogni due settimane, partono il sabato mattina e rientrano in cantiere la domenica notte – fra andare e tornare possono andarsene anche una quindicina di ore di treno e, tolto un breve intervallo per il sonno, ne restano pulite altrettante da passare con la famiglia. Un osservatore superficiale potrebbe addirittura chiedersi se tanta dedizione alla (miseria della) famiglia sia autentica o non consegua piuttosto alla miseria del lavoro, quasi una penale aggiuntiva, in questa situazione sembra infatti manifestarsi lo stesso inasprimento che accade nella favola biblica, quando il faraone, dopo una prima sollevazione degli ebrei sobillati da Mosè, ingiunge loro, oltre a dover già sempre costruire case per sé e per il suo popolo, di procurarsi essi stessi, invece degli schiavi solitamente addetti, la paglia per la muratura – qui però la sanzione accelera il compimento della pratica redibitoria degli ebrei nei riguardi degli apparati legali del faraone. Poi si vive nelle baracche – torni dal cantiere che hai i polmoni intasati di polvere, se ti dice proprio male anche di amianto, poi devi prepararti da mangiare, magari lavarti qualche straccio che ti serve per l’indomani, rifarti la branda, e non hai neppure mandato giù l’ultimo boccone, che già sei addormentato sulla sedia. Si sopravvive per quel treno che ti aspetta in stazione e promette di portarti a casa. Mohammed invece rimane nel campo tutti i sabati e le domeniche, forse piange, di certo maledice se stesso e il giorno in cui decise di destituirsi dalla posizione, che gli era stata assegnata per il tramite dei genitori. Mohammed apre le mani davanti a sé come reggendo il libro, prega nella sua lingua, si lamenta, interroga il suo nume, soprattutto chiede a Dio di rimettergli i peccati, quello più grande, in particolare, di non aver saputo portare il nome affidatogli da suo padre e da sua madre. Mohammed non è rassegnato come i compagni italiani, egli non sa perdonarsi, per questa ragione apre le mani davanti a sé in forma di libro e legge le lamentazioni. Frattanto l’automobilista poteva finalmente schiacciare il pedale dell’acceleratore come aveva sempre voluto e sempre gli viene ordinato, quindi, sterzando verso la corsia di sorpasso, avvicinarsi quanto più possibile alla propria solitudine. (C. P.)

che cosa è questipiccoli?

ottobre 14, 2009

Il primo numero della collana di questipiccoli coincide con la sorprendente sollevazione degli operai del sito industriale di Melfi nell’aprile 2004, quando diecimila lavoratori della fiat e dell’indotto bloccano per ventuno giorni l’intera area, costringendo le proprietà a trattare la ribattuta (due turni mensili notturni) e altri aspetti dell’organizzazione del lavoro, incluso l’innalzamento dei salari. La ricerca teoretica di qp presuppone l’impianto marxiano della critica del lavoro ovvero le lotte odierne non possono che incidere nel corpo vivo del capitalismo, ma la loro narrazione intesse immancabilmente la trama del distacco da ogni valorizzazione del lavoro entro i rapporti di sottomissione vigenti. La critica del lavoro, sotto qualsiasi modalità venga esaminata, deve assumere il vuoto, il crollo, l’inerzia degli assetti economico-finanziari, giuridico-politici e volgerli in possibilità di azioni autonome di una pluralità di presenze creative.

I volumi sinora publicati