Nel nome del padre

Un automobilista percorreva la A14 fra Grottammare e Pedaso, in direzione di Ancona. La carreggiata era ristretta ad una sola corsia a causa di lavori lungo la banchina dello spartitraffico e l’automobilista andava ormai raccogliendo nella fiala della propria anima il profumo di un silenzio tenace, a un tempo arrendevole, certo dovuto all’urgenza di compiere un proposito che meditava da tempo. Un operaio agitava una bandiera rossa. Nel passargli accanto, l’automobilista stupì della condiscendenza con cui quegli mostrava di svolgere un compito che, con ogni evidenza, rivestiva assai poco interesse, sia per lui, sia per gli automobilisti, già informati con largo anticipo del rallentamento che si sarebbe verificato. Da parte sua, l’operaio avrebbe anche desistito dall’incarico, addirittura avrebbe rinunciato a trovarsi lì, a respirare gas di scarico e polveri tossiche, infatti ormai provava vergogna della propria posizione – si chiamava Mohammed, sposato, con una figlia, Fatima, di anni cinque. Siccome poteva tornare a casa solo ogni sei mesi, la piccola Fatima non capiva ancora mai che fosse suo padre, infatti lo chiama zio – niente al mondo potrebbe procurargli un dolore più grande. D’altro canto, l’automobilista non avrebbe mai immaginato che quell’operaio portasse lo stesso nome di suo padre, che si era chiamato Emidio, parola che radicalmente indica lo stato in luogo, il sostegno certo, la dimora sicura per sé e per altri. Chiuso nella sua santissima laura, o cella penitenziale, l’automobilista faceva del proprio meglio per apparire virtuoso, anche indaffarato, l’operaio, al contrario, sembrava come colto in déshabillé, discinto ovvero snudato dalla circolazione del capitale e suoi esecutori. Mohammed era stato assunto in una ditta che appalta lavori nelle autostrade, generalmente gallerie e viadotti, nella sua squadra sono tutti italiani, tranne lui, e tutti meridionali. Il più anziano di loro una volta ha detto che il suo paese detiene il record delle vedove. “Sai perché?” dice “Perché gli uomini lavorano tutti a scavare gallerie nelle autostrade, arrivati a quarant’anni per lo più muoiono” sorride, poi aggiunge “Le mogli però possono dormire tranquille per il resto della vita, grazie alla pensione dei mariti” poi si fa serio, aggiunge “Di fatti anch’io” che doveva aver superato i cinquanta, “che non sono ancora morto” e sembravano stargli maggiormente a cuore gli effetti di questa sua morte, piuttosto che le tecniche per differirla, “potendo scegliere, preferirei morire prima della pensione”. Risuona, in queste parole, l’esito di una poesia particolarmente amata da Kafka (citata in una lettera a Milena), che egli conobbe da una raccolta di liriche cinesi, “Ho passato la vita a difendermi dal desiderio di porvi fine”. Se, come dice un midrash, l’unione coniugale è il modo adeguato di pubblicarsi nella collettività, nonché di attendere fruttuosamente allo studio della Thora, una morte tempestiva, ricompensa per colui che dalla propria vita ha tratto un reddito vantaggioso per sé e per altri, giunge a coronamento di un matrimonio riuscito. Gli italiani tornano a casa una volta ogni due settimane, partono il sabato mattina e rientrano in cantiere la domenica notte – fra andare e tornare possono andarsene anche una quindicina di ore di treno e, tolto un breve intervallo per il sonno, ne restano pulite altrettante da passare con la famiglia. Un osservatore superficiale potrebbe addirittura chiedersi se tanta dedizione alla (miseria della) famiglia sia autentica o non consegua piuttosto alla miseria del lavoro, quasi una penale aggiuntiva, in questa situazione sembra infatti manifestarsi lo stesso inasprimento che accade nella favola biblica, quando il faraone, dopo una prima sollevazione degli ebrei sobillati da Mosè, ingiunge loro, oltre a dover già sempre costruire case per sé e per il suo popolo, di procurarsi essi stessi, invece degli schiavi solitamente addetti, la paglia per la muratura – qui però la sanzione accelera il compimento della pratica redibitoria degli ebrei nei riguardi degli apparati legali del faraone. Poi si vive nelle baracche – torni dal cantiere che hai i polmoni intasati di polvere, se ti dice proprio male anche di amianto, poi devi prepararti da mangiare, magari lavarti qualche straccio che ti serve per l’indomani, rifarti la branda, e non hai neppure mandato giù l’ultimo boccone, che già sei addormentato sulla sedia. Si sopravvive per quel treno che ti aspetta in stazione e promette di portarti a casa. Mohammed invece rimane nel campo tutti i sabati e le domeniche, forse piange, di certo maledice se stesso e il giorno in cui decise di destituirsi dalla posizione, che gli era stata assegnata per il tramite dei genitori. Mohammed apre le mani davanti a sé come reggendo il libro, prega nella sua lingua, si lamenta, interroga il suo nume, soprattutto chiede a Dio di rimettergli i peccati, quello più grande, in particolare, di non aver saputo portare il nome affidatogli da suo padre e da sua madre. Mohammed non è rassegnato come i compagni italiani, egli non sa perdonarsi, per questa ragione apre le mani davanti a sé in forma di libro e legge le lamentazioni. Frattanto l’automobilista poteva finalmente schiacciare il pedale dell’acceleratore come aveva sempre voluto e sempre gli viene ordinato, quindi, sterzando verso la corsia di sorpasso, avvicinarsi quanto più possibile alla propria solitudine. (C. P.)

Una Risposta to “Nel nome del padre”

  1. Bukola Saraki Says:

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